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Silvia Berlingozzi

From Aleppo to Kilis: quando la guerra crea migrazioni.

Quattro giorni per conoscere e documentare storie di famiglie, bambini e progetti.

Kilis, confine turco – sirano – Un muro di 760km: l’ennesima barriera di isolamento tra popoli. Erdogan ha innalzato una parete di calcestruzzo per contenere il movimento del Pkk verso la Turchia, e viceversa. Un intervento drastico che impatta non solo su i curdi, ma anche sul flusso migratorio di civili siriani in fuga da un’atroce guerra.

A Kilis, città di confine, il muro si vede. Siamo a 7 chilometri dalla Siria e ci sono circa 130 mila profughi, di cui 60 mila vivono in campi di accoglienza e i restanti alloggiano in garage, tende, case abbandonate, con scarsi servizi igienici, poca acqua e spesso senza luce.

I loro sorrisi sono la benzina che alimenta la speranza per un futuro migliore, ognuno di noi dovrebbe arrendersi al fatto che una società che coopera vive meglio; a piccoli passi ci avviamo verso il progresso umano, quello che riduce le diseguaglianze.

Un sistema al collasso quello turco, con scarsa attenzione alle politiche di integrazione, alimenta una condizione di disagio e un continuo aggravarsi dello stato delle diseguaglianze.

Per questo motivo l’ONG “Una mano per un Sorriso – For Children” ha deciso di attivare 5 progetti finalizzati alla restituzione della dignità persa del popolo siriano a Kilis.

Per quattro giorni, ho collaborato con altre due volontarie allo sviluppo e monitoraggio di tre di questi progetti.

Due giorni con i bambini della Smiling school – Visti i grandi problemi riguardanti la continuità dell’istruzione per i piccoli rifugiati siriani, a Kilis, è stato attivato un progetto per garantire un’istruzione di base a 82 bambini dai tre ai sei anni. Un luogo sicuro che restituisce il diritto all’infanzia, al gioco e alla costruzione dell’identità.

In questa missione ho avuto il compito di documentare le attività svolte nell’asilo, e inoltre quello di raccontare giorno per giorno la vita insieme a loro.Quattro classi da venti bambini circa ciascuna, due classi la mattina e due il pomeriggio. I piccoli sono felici del nostro arrivo, sanno che di tanto in tanto qualcuno andrà a fargli visita, per loro è importante non sentirsi abbandonati. I loro sorrisi sono la benzina che alimenta la speranza per un futuro migliore, ognuno di noi dovrebbe arrendersi al fatto che una società che coopera vive meglio; a piccoli passi ci avviamo verso il progresso umano, quello che riduce le diseguaglianze.

Auspicare all’uguaglianza non è utopia.Possiamo lavorare insieme, creare gruppi di cooperazione, possiamo farlo nel nostro piccolo, innescare scintille e dar vita al cambiamento. Solo nel momento in cui avremo la possibilità di capire che anche il nostro ambiente sociale e le nostre relazioni migliorerebbero, allora saremo disposti ad impegnarci sul serio.Creiamo comunità libere, eguali e felici, cosicché le prime possano aiutarne altre, e così via, una catena senza fine.

Smiling family è il secondo progetto – L’associazione a settembre 2016 ha selezionato 30 famiglie, alle quali viene consegnato mensilmente un voucher di 35 euro circa, spendibile in un supermercato convenzionato.

Assieme a Francesca e Lila visitiamo 19 di queste famiglie.Il nostro compito è quello di aggiornare un report per ogni famiglia riguardo le variazioni del numero dei componenti, dello stato di salute, delle terapie farmacologiche, della situazione scolastica dei figli e di quella lavorativa del padre. Inoltre, si aggiunge a questo, un progetto interno, chiamato Special smile: nato per difendere il diritto alla vita e alla cura della disabilità per tutti quei bambini speciali che vivono in condizioni particolarmente disagiate.

Lo stato di queste famiglie è angosciante: alloggi di fortuna o scantinati in affitto. La salute dei bambini è a rischio, soprattutto nei mesi invernali. I muri odorano di muffa e l’igiene è scarsa, ambienti al limite della sopravvivenza. Nuclei numerosi, a volte con il capofamiglia rimasto ucciso sotto bombardamento, bambini che hanno abbandonato la scuola e mamme che accudiscono i figli disabili.

I padri difficilmente ritrovano un lavoro stabile, lo stato turco ha aggiornato a gennaio 2016 la nuova regolamentazione per l’accesso al lavoro per i siriani rifugiati: dopo 6 mesi dall’ottenimento dello stato provvisorio di protezione, i profughi possono richiedere un permesso di lavoro per 1 anno, pratica che però deve essere attivata dal datore di lavoro interessato all’assunzione. Chiaro è che non tutti i lavori possono essere svolti dai siriani, alcuni sono ad esclusione di cittadini turchi. Una formula molto astuta, per dimostrarsi benevoli sui tavoli di Bruxelles, ma che in realtà aveva già innumerevoli falle insite. Così accade che i permessi emessi sono pochissimi, un numero irrisorio per i 3.5 milioni di rifugiati in tutta la Turchia. Questo fomenta lo stato del lavoro a nero e soprattutto dello sfruttamento, anche quello minorile.

La situazione dei profughi è anche aggravata dal fatto che l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) non può gestire né i campi né gli aiuti, il governo turco si è assunto la responsabilità amministrativa e finanziaria collaborando tramite l’agenzia dell’AFAD.

Anche le ONG hanno difficoltà a lavorare su suolo turco, spesso devono farlo in silenzio, e il monitoraggio e rilevamento dati risulta frammentato.

Nonostante le molte limitazioni, l’associazione continua a investire molto in questi progetti. Cerchiamo sempre di coinvolgere le nostre comunità, il nostro compito è quello di sensibilizzare, smuovere gli animi e ricostruire insieme.

Art. 3 Dichiarazione universali dei diritti umani:

“Ogni individuo ha diritto alla vita, alla libertà e alla sicurezza della propria persona.”

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