Ricordo che il sole stava per calare e, a meno che tu non sia uno stupido o un incosciente, dovresti essere consapevole del fatto che è il momento di andarsene. Senza fare troppe domande ho seguito Alì mentre usciva dalla Clinica,lui imboccata una “via” tra le tende mi fece cenno di seguirlo. Dopo qualche svolta e qualche chilo di fango accumulato sotto le scarpe ci siamo fermati davanti a una tenda. Siamo entrati nella tenda e al suo interno c’era una famiglia che ci ha accolto,erano visi preoccupati e in ansia per qualcosa, forse qualcuno.
Eravamo in quella tenda perché un bambino, qualche giorno prima, aveva avuto un brutto incidente, era caduto e battendo la testa su un masso sembrava aver perso completamente il senno.
La madre e il fratello hanno cominciato a spiegare ad Alì che il bambino a causa della caduta aveva perso la memoria, non mangiava da giorni, era diventato violento e loro erano stati costretti a tenerlo rinchiuso nella tenda perché era un pericolo per gli altri e per se stesso.Dopo poco entra un ragazzino urlando e agitando le mani, lo riconosco immediatamente come uno dei bambini che mi avevano accompagnato nei miei ultimi viaggi in Siria.
Ahmed, 11 anni, era uno degli figli invisibili della Guerra.Ahmed non ricordava nulla della sua vita, ma ha riconosciuto immediatamente il dottor Alì e dopo aver urlato per un buon quarto d’ora contro di noi si è seduto stremato tra le sue braccia.
La mamma, quasi volesse uscire da una sensazione d’imbarazzo, mandò una delle sue figlie a comprare una bustina di caffè per poterci dimostrare la sua ospitalità e la sua gratitudine per essere andati a trovarla.Mi chiesi immediatamente se quel giorno la donna e i suoi figli avessero mangiato o se tutto quel che avevano fosse in quel pacchettino di caffè.
Mentre preparava il caffè, mi resi conto che la donna stava piangendo in silenzio. La guardavo e tentavo d’immaginare la sua sofferenza nel vedere suo figlio in difficoltà e la sua disperazione nel essere incapace di poterlo aiutare.
Per figli invisibili della guerra non c’è cura. Mentre bevevo il caffè, che la donna mi aveva porto con un dolce sorriso, chiesi ad Alì cosa potessimo fare per lui. Alì mi risponde senza lasciar spazio a successive domande:“Nulla qui, ma da oggi verrà con noi alla Clinica e vedrai che presto guarirà.”
Da quel momento Ahmed è diventato parte della nostra missione, ogni mattina ci aspettava alla clinica e al tramonto ci accompagnava alla macchina, poi si voltava senza salutarci e tornava alla sua tenda.
Ha lavorato sodo ogni istante.Non parlava, non chiedeva mai nulla, non mangiava.E’ stato alla scuola del campo che l’ho visto mangiare per la prima volta, dopo tre giorni.
L’ultimo giorno ci ha salutato, sono certa sapesse che non saremmo tornati il giorno seguente, altrimenti non l’avrebbe fatto.Da quando sono qui mi capita spesso di scorgerlo nelle fotografie che il Dottor Alì invia da Bab al Salam.
So che sta bene.
Questa è una di quelle storie vere che portiamo a casa ad ogni missione, questa è la storia che in questo viaggio più di tutte mi ha insegnato come non tutto può essere comprato con il denaro e come non tutto dev’essere curato con una medicina.
Come potrei dire, d’altro canto, d’aver imparato che non tutte le fotografie devono essere belle per raccontare storie vere.

