Da quando sono tornata non faccio altro che pensare alla terra rossa d’Africa, ai villaggi, con i bananeti e palmeti, alla luna piena che illumina i pescatori sul mare e il cielo pieno di stelle. Alla meraviglia delle zone rurali del Kenya, dove ho passato la mia prima settimana, imparando dalle donne di Garashi l’arte della terra, coltivazione, semina e raccolto. Dove ho imparato a costruire i mattoni in terra cruda e dove ho respirato l’aria pura e incontaminata, giocando con i bambini sotto immensi alberi di moringa, mangiando mango e avocado.
Sembra incredibile pensarlo, ma pur quanto a me sembri che la natura possa offrire grandi risorse, non tutti le sanno cogliere o sfruttare, e dopo troppi anni di fatiche, di schiena spezzata nei campi sotto il sole, di chilometri a piedi per prendere l’acqua al pozzo, credono che non ci sia futuro in quei villaggi, e li abbandonando alla ricerca di un luogo migliore e migliori opportunità: la città.
Molti si mettono in viaggio verso Nairobi immaginando la grande metropoli come una fonte inesauribile di lavoro e benessere. Ma lì, ovviamente, la realtà è ben diversa e ci si deve ammassare in qualche baracca a Kibera, Matare o Korogocho. Quest’ultima è la più grande e più popolata baraccopoli di tutto il paese. Lì è dove si intrappolano e si infrangono i sogni di chi arriva dalle zone rurali.

