Durante questa missione abbiamo deciso di dedicare una settimana del nostro tempo in un viaggio, decisamente “coraggioso”, finalizzato a conoscere la cultura dei luoghi da cui provengono i bambini che frequentano le nostre scuole negli slum di Korogocho. I loro genitori, o addirittura i genitori dei loro genitori si sono diretti dalle zone rurali verso le grandi città alla ricerca di lavoro, ma soprattutto con la speranza di essere inseriti in una nuova società che si stava sviluppando velocemente, forse troppo, sotto gli occhi di tutto il mondo.
Nonostante siano passate già parecchie ore, e altre mille avventure, da quando abbiamo salutato Nfangano Island, una delle isole che si trovano nella contea di Homa Bay, non riesco a non pensare a questa storia. Storia che penso sia giusto raccontarvi, perché senza peccare di presunzione e voler dare nessuna risposta a tutte le domande che mi sto facendo e che probabilmente vi farete anche voi, rimango dell’idea che la conoscenza della realtà sia l’unico strumento che possa donarci degli strumenti per capire l’altro.
La bellezza di quest’isola, la sua affascinante natura incontaminata, i suoi colori e profumi nascondono storie di esclusione, sfruttamento, abusi e violazioni dei diritti umani.
Nfangano Island è un’isola di pescatori.
Appena sbarcati nell’isola è impossibile non comprendere come, qui, tutta l’economia e la vita dipendano dal pesce. Al largo delle spiagge del lago Vittoria dove si trova questa isola si possono pescare due tipi di pesce: la Tilapia e l’Omena. La Tilapia è un pesce di media grandezza che ha conquistato un ottimo mercato in tutta la nazione e nelle nazioni vicine. L’Omena invece è un piccolo pesce, parente della Sardina, che si pesca in alcune zone del lago e fortunatamente anche qui.
Quando George, il nostro contatto nell’isola, ci ha portato nella più grande città dell’isola, trattandosi di una manciata di baracche in lamiera e bancherelle in legno, mi sono immediatamente resa conto dell’elevato tasso di povertà dell’isola, nonché del fatto che le donne e i bambini rivestono il ruolo di cura e rivendita del pesce.
Ed è proprio alle donne e alle bambine di quest’isola che spetta la più amara delle storie.
La contea di Kisumu e quella di Homa Bay, entrambe zone che si affacciano sul lago Vittoria, sono le contee del Kenya con la maggiore incidenza di contagi da HIV. Da uno studio del “National AIDS and ST Control Programme” del 2016 la percentuale di contagi nella contea di Kisumu ha raggiunto il 13.7% della media del contagio nazionale. Mentre la contea di Homa Bay registrava il triste primato della zona con più alto tasso di contagio del Kenya: 18.6%.
Le cause di questi tristi primati sono: il basso tasso di scolarizzazione che causa una scarsa informazione sulla malattia e sulla prevenzione del contagio; le credenze tribali che hanno attribuito il contagio da HIV a una sorta di maledizione che si poteva trasmettere da familiare a familiare e dall’altissimo grado di povertà che spinge le bambine e le donne che vivono in queste zone a concedersi ai pescatori per poter sopravvivere.
Il bassissimo grado di scolarizzazione, che raggiunge l’analfabetismo per molte di queste persone, è strettamente connesso all’alto grado di povertà in cui versano le famiglie. Se pur ci sia una scuola pubblica nell’isola sono pochissime le famiglie che possono permettersi di mandare i propri figli a scuola, perché comunque anche per frequentare le scuole pubbliche ci sono dei costi, che per famiglie come queste, risultano proibitivi. Perché un bambino possa frequentare la scuola deve essere fornito dalla famiglia di una divisa completa, scarpe modello scolastico, libri, materiali scolastici e i libri. Oltre a questi costi ogni famiglia deve provvedere al pagamento degli esami di stato che i bambini devono affrontare ad ogni trimestre e all’inizio e alla fine di ogni anno scolastico. La maggior parte dei bambini che vivono in queste zone riesce a malapena a frequentare la scuola dell’infanzia e i più fortunati qualche anno della scuola primaria.
Un altro elemento che incide sulla bassa scolarizzazione è che molti di questi bambini rimangono orfani prima ancora che possano terminare la scuola di base. Ciò è dovuto dall’alto tasso di mortalità causato dall’incidenza del contagio da HIV.
L’isolamento dal progresso e dall’informazione che ancora oggi condiziona la vita dell’isola, basti pensare che l’isola è stata raggiunta dalla corrente elettrica solo due anni fa, ha contribuito al proliferarsi di false notizie e informazioni scorrette rispetto il Virus. Qui sono ancora praticate le pratiche di stregoneria e in alcune zone dell’isola vi sono tribù indigene che vivono di natura condividendo questa terra con la natura in un modo che a tutti noi, in realtà, dovrebbe insegnare molto.
La quasi totale impossibilità di svolgere qualsiasi attività al di fuori di quella legata direttamente o indirettamente alla pesca assume qui un fascino immenso, ma nasconde anche una trappola “infernale” per quelle categorie di esseri umani che risultano ancora una volta le più vulnerabili: le donne e i bambini.
Dopo aver ascoltato con le mie orecchie la storia del “rito delle donne” dei pescatori ho chiesto di poter assistere a questo evento.
Ogni mattina all’alba queste donne, alcune di esse in realtà poco più che ragazze, si recano nella spiaggia del porto per aspettare i pescatori che rientrano da una notte nel lago. A loro spetta la precedenza del pescato, ottenuta in cambio di attenzioni sessuali concessi ai loro marinai.
Attendono li, con le loro bacinelle e con i loro secchi vuoti, i loro marinai che illuminati dal riflesso dorato del primo sole mostrano i muscoli gonfi mentre trascinano le lunghe e pensanti barche di legno fino alle gonne delle loro donne.
Le donne più vecchie attendono in seconda fila e molte di esse devono pagare il loro pesce perché non hanno più alcuna merce di scambio, molte di esse sono già state infettate dal Virus e il manifestarsi della malattia le ha messe “fuori gioco”.
Così le più giovani si avvicinano alle barche e mentre il sole piano piano sale le loro bacinelle vengono riempite dalle grandi mani dei pescatori di minuscoli pesciolini. Si tratta dell’Omena, un piccolo pesce che fa parte della famiglia delle sardine. In ogni bacinella se ne possono contare a centinaia o forse più. Molti pesciolini cadono a terra passando dalla rete alle mani dei pescatori, ma non vengono sprecati: tutt’attorno alla barca uccelli affamati attendono il loro pasto e furtivi se ne assicurano ogni pezzo prima ancora che cada a terra.
Sembra una danza tribale, un gioco di ruoli dove ognuno ha il suo posto e scandisce il tempo a suo ritmo.
Le ultime donne che si avvicinano alle barche spesso rimangono senza poter raccogliere neppure un pesciolino e così ritornano sotto l’ombra dei ristori per aspettare la prossima barca.
Tutti i pesciolini che vengono raccolti dalle donne, nel giro di una manciata di secondi e metri, vengono distesi su grandi teli di cellophane dove si asciugheranno al sole. Sono i bambini a prendersene cura: li girano e li rigirano assicurandosi che ogni pezzo sia asciutto. Quando tutti i pesciolini si sono asciugati vengono messi in grandi cesti di vimini per essere venduti nella principale strada della “città più grande” dell’isola.
Il sole è già alto quando ancora le mani dei piccoli bimbi girano e rigirano con cura i pesciolini.
Qualche ora e sarà di nuovo buio e i pescatori riprenderanno le loro barche e la danza del “rito delle donne” ricomincerà.
Non saprei dirvi che cosa abbia significato per me essere lì quella mattina, partecipare a quel rito e confondermi nella folla. Guardare negli occhi quelle donne, assaporare la loro dignità e odorare il loro desiderio di riscatto non mi ha donato tutte le risposte, ma tante domande.
Continuare a lavorare per offrire conoscenza, istruzione, strumenti e possibilità è l’unica via che conosco.
Ed è ciò che continuerò a fare.

