Quando abbiamo chiesto per la prima volta a una mamma siriana che cosa sia il Coronavirus mi sembrava quasi di vivere un Dejavù. Le domande erano le stesse: la “Quando hai saputo che esisteva il Coronavirus?” ; “Che cos’è il Coronavirus?”; “Come si diffonde?”; “Quali sono i sintomi?” e via di seguito.
Domande che pochi mesi prima avevo posto ad altre persone, in un contesto molto diverso, persone con alle spalle vite molto diverse e con di fronte, per quanto faticosa, una prospettiva di vita diversa. Sono le storie che queste persone ci hanno raccontato a rendere ogni parola ascoltata molto diversa. Alla prima domanda “Raccontami qualcosa di te: come ti chiami, dove abiti, che lavoro fai?” Che immediatamente riappaiono gli spettri della guerra, e sono quelle parole a noi così drammaticamente familiari che ci riportano immediatamente qui. Qui a Kilis, ultima città turca prima del confine con la Siria. Qui dove il caffè sapora di piombo e fango.
Qui dove, se sia possibile e soprattutto accettabile, migliaia di esseri umani vivono in condizioni ancora più precarie di come li abbiamo lasciati due anni fa.
Qui dove le domande sono state più o meno le stesse fatte qualche mese prima, ma le risposte hanno assunto un sapore molto diverso.
Ad ogni domanda che Ayman poneva a queste mamme, nonne o a questi padri la risposta era sempre più o meno la stessa: “Qui abbiamo problemi molto più grandi del Coronavirus.”
Le conseguenze più drammatiche della pandemia da Coronavirus sono state per queste famiglie l’impossibilità di muoversi e quindi di poter trovare un lavoro, anche solo giornaliero, che potesse sostenere le loro famiglie.
Molti bambini oggi sono corretti a raccogliere il najlon per strada per poi rivenderlo e così contribuire alla sopravvivenza della famiglia.
Oggi nel 2022.
La maggior parte delle famiglie che sosteniamo al confine turco – siriano sono nuclei familiari composti da donne e bambini. Molti padri sono assenti perché portati via dalla guerra o distrutti fisicamente e mentalmente da essa. Proprio per questo motivo, e per la presenza di persone fragili, queste famiglie sono ancora più intrappolate in questo non luogo vivendo in garage o in negozi sfitti al limite estremo della decenza della condizione umana.
La cosa più difficile da accettare è trovare alcuni dei bambini che sosteniamo da anni in condizioni ancora più precarie di salute e soprattutto di solitudine.
Bambini disabili non ricevono da mesi le cure necessarie e di cui hanno diritto.
Alla domanda sul vaccino tutti gli intervistati hanno risposto di essere stati vaccinati con entrambe le dosi, hanno raccontato come chiunque possa andare all’ospedale di Kilis per ricevere il vaccino.
Ma come ad ogni viaggio, ad ogni missione e ad ogni incontro anche in questo, se pur sentendo il dovere e in un certo senso il grande peso di dover riportare la realtà oltre i sorrisi, sono proprio questi sorrisi che ci fanno scoprire ogni fatica e ogni, insignificante in realtà, sacrificio compiuto per arrivare fino a qui.
E se sono sempre più convinta che non conta poi così tanto cosa riesci a dare, ma essenziale è come lo fai, oggi ho capito anche quanto importante sia come lo ricevi.
Ancora una volta questi esseri umani mi hanno insegnato la dignità, la riconoscenza e mi spronano a continuare a guardare oltre.
Oltre l’indifferenza, l’egoismo e l’ignoranza.
Oltre il nostro “piccolo” mondo.
Non lasciamoli soli.