Facebook
Instagram
Twitter
 

Smiling Christmas 2021 – Report della missione Turchia

“Smiling Family Kilis” è un progetto attivo da sei anni a Kilis, città turca a ridosso del confine con la Siria. Questo programma offre aiuti concreti (voucher alimentari, medicine, pannolini, aiuti straordinari, coperte e carbone per l’inverno) a trenta famiglie a seconda delle necessità e dei fondi disponibili.

 

Da sei anni ogni Natale, e non solo, entriamo nelle case di queste persone entrando inevitabilmente anche nelle loro vite. Da sei anni entriamo nelle loro case per ascoltarli, supportarli come possibile e se possibile farli sorridere.

A causa della pandemia da Coronavirus per quasi due anni non siamo potuti tornare da loro. Nonostante le innumerevoli difficoltà provocate dal Coronavirus, in questi anni siamo riusciti a sostenerli a distanza grazie al lavoro dei nostri collaboratori in loco.

Finalmente questo Natale ci siamo potuti rimettere in cammino per raggiungerli.

 

 

24 dicembre 2021 

 

Questa mattina abbiamo organizzato la consegna degli aiuti che consegneremo alle famiglie di profughi siriani qui Kilis che sono incluse nel progetti “Smiling Family”.

“Smiling Family Kilis” è un progetto attivo da cinque anni a Kilis, città turca a ridosso del confine con la Siria. Questo programma offre aiuti concreti (voucher alimentari, medicine, pannolini, aiuti straordinari, coperte e carbone per l’inverno) a trenta famiglie a seconda delle necessità e dei fondi disponibili.

Lo scopo di questa missione è raggiungere 20 famiglie con aiuti (che acquisteremo in loco) indispensabili per superare questo inverno e verificare la situazione per poter portarne poi testimonianza.

Ogni famiglia riceverà:

– 6 Sacchi di carbone da 25 kili l’uno

– Un sacco di patate da 10kg

– Un sacco di carote da 10 kg

– Un sacco da 5 kg di mele

– Un sacco da 5kg di arance

– 32 uova

– Un voucher del valore di 30 € spendibile in un supermercato della zona per acquistare quello di cui hanno bisogno in base alle esigenze della famiglia

– Un buono per acquistare in loco abbigliamento per la famiglia

– 1/2 kilo di semi di girasole per i bimbi

E per tutti i bambini ci saranno altre sorprese

E ora finalmente partiamo!

Let’s go!

 

 

È finalmente di nuovo Natale e per noi significa da molti anni arrivare fino al confine con la Siria per portare aiuti umanitari alle famiglie di profughi siriani relegati al confine della loro terra che fanno parte del nostro progetto “Smiling Family”.

Queste famiglie vivono in garage sfittì e scantinati spesso senza riscaldamento ne luce. I bambini vivono in condizioni disumane e noi non possiamo ignorare il loro bisogno di aiuto immediato per superare anche questo freddo inverno.

La nostra vigilia di Natale è trascorsa passando da una “casa” all’altra portando piccoli ma importanti aiuti, ma soprattutto cercando di riportare in questi luoghi dimenticati un sorriso.

Stasera seduti nella nostra tavola e condividendo la cena di Natale portiamo negli occhi tutta l’Umanità che abbiamo respirato in queste case perché qui c’è vita e noi dobbiamo fare il possibile per salvarla.

Siamo Umani.

Buon Natale a tutti noi.

 

 

25 dicembre 2021 

 

Oggi è Natale, Il giorno della formalità, delle tradizioni, della guerra pandoro e panettone, abitudini, con i suoi riti e i suoi cliché.

Ed è proprio in questo periodo dell’anno che ci accorgiamo che molte persone che incontriamo a Natale sono per noi quasi estranee nonostante le parentele e gli anni di conoscenza non avendo nemmeno idee e voglia di cosa regalare loro.

Ancora una volta abbiamo deciso di passare questa giorno come passiamo tutti i giorni dell’anno: sul campo.

Continuano anche oggi il nostro lavoro per portare aiuti alle famiglie siriane bloccate in un limbo a pochi km dalla loro terra natale.

Torniamo dalle famiglie che causa pandemia non siamo riusciti a raggiungere fisicamente nell’ultimo anno, disturbiamo loro aiuti di prima necessità per superare le difficoltà dell’inverno, ma sopratutto gli facciamo capire che non ci siamo dimenticati di loro, della loro situazione, delle loro storie.

 

 

Tra le famiglie del programma “Smiling Family” ve ne sono alcune che abbiamo denominato “Special Smile” perché famiglie particolarmente vulnerabili dove al loro interno si trova un bambino, o più, con disabilità, o dove uno dei genitori non c’è più o ha riportato gravi menomazioni a causa della guerra.

Entrare in queste case non è facile.

Uscire da queste vite è impossibile.

Zenab è una bambina disabile grave che da sei anni sosteniamo qui a Kilis. Zenab è scappata da Aleppo nel 2014 con la sua famiglia.

Ogni Natale da sei anni la visita a Zenab e alla sua famiglia per me è il vero significato del Natale.

La pandemia da Coronavis ci ha tenuti lontani.

Zenab e la sua famiglia dal 2019 non sono più inclusi nel programma “Smiling Family” perché entrambi i genitori della piccola sono riusciti a farsi riconoscere i loro titoli di studio e quindi a trovare un lavoro a Kilis.

Oggi ho espresso il desiderio di andare a trovare la piccola Zenab perchè senza questa visita non sarebbe stato Natale.

Quando la piccola è entrata nella stanza dove la stavamo aspettando e ci ha visti, mi ha guardato e ha detto: “Habibi!”

La mamma di Zenab ci ha raccontato che quando ieri sera li hanno chiamati per avvisarli che eravamo arrivati a Kilis la piccola non vedendoci arrivare si è messa a piangere.

“Habibi selfie selfie!”

Zenab oggi ci ha persino confidato che se avesse saputo che saremmo andati si sarebbe vestita meglio per le foto!

Dopo due anni che non ci vedevamo abbiamo riguardato assieme le fotografie che ci siamo scattate da quando ci conosciamo (ovviamente i selfie) e abbiamo riso di quanto lei fosse piccola.

Prima di andare via ho pensato che cosa poterle lasciare perché in realtà nn avevo nulla da darle.

E’ stato facile.

Le ho lasciato il mio badge di volontaria perché se anche questo Natale sono qui, e se anche domani ripartiro’, è anche per il suo sorriso.

Zenab è la mia storia di Natale.

 

 

 

26 dicembre 2021

 

Non sono solamente gli aiuti a portare felicità tra le mura di queste case, ma l’atmosfera di festa che si crea quando si ha voglia di entrare veramente in contatto con un mondo ed una cultura così diversa dalla nostra. L’ospitalità e l’umiltà di queste persone e la voglia di ascoltare da parte di noi volontari sono gli ingredienti principali di un’altra giornata dal sapore di condivisione e convivialità.

Seduti intorno ad un the od un caffè, abbiamo conosciuto nuove famiglie ed i loro bambini, passando il tempo con loro, lasciandoli con la voglia di rivederci presto.

Tutto ciò rende perfettamente il senso della missione natalizia.

Un aiuto fondato su un concreto sostegno alle famiglie, ed il calore di sguardi e carezze che nascono spontanei, tra sorrisi un po’ sdentati dei più piccoli che iniziano a crescere, e lo sguardo dei genitori che, dopo i loro vissuti, nonostante tutto, trovano la forza di andare avanti.

Il nostro Smiling Christmas è questo.

Grazie a tutti coloro che sostengono questa missione.

 

 

“Special Smile” è un progetto al quale teniamo particolarmente, è rivolto ai bambini disabili che vivono in condizioni particolarmente disagiate a causa della guerra o di situazioni sociali particolarmente difficili in luoghi dove i diritti fondamentali di un esser umano sono solo un miraggio.

Ci apre la porta e ci accoglie delle parole che ci scaldano l’anima più del cay caldo che sua moglie ci porge:

“Bentornati, vi aspettavamo!!” Può sembrare una cosa scontata, ma non lo è, diverse persone vogliono, venire qui, pochi lo fanno davvero, ancora di meno tornano. Ci dirà il mosto amico Majad qualche ora più tardi.

Seduto vicino a una stufa spenta ci aspetta Mohamed.

Mohammed è un ragazzo disabile costretto dagli eventi a vivere in una stanza con i muri segnati dall’umidità e dal tempo dove l’unica finestra è resa ancora più pesante da una grata di metallo che una volta era bianca.

“Sono difficili e costose da trovare in Turchia, la sua condizione è genetica, i medicinali non cureranno la sua malattia, la rallenteranno solamente” ci racconta il padre mostrando le medicine che il figlio deve assumere quotidianamente.

L’uomo ha lo sguardo di cui porta il peso del mondo sulle sue spalle e allo stesso tempo la forza di chi lo porta come se fosse l’unico modo di vivere.

Parliamo e parliamo fino a quando il cay caldo nella tazza e’ finito, la madre di Mohammed sta sistemando in cucina le scorte alimentari che gli abbiamo portato, tra poco la stufa riaprirà con il carbone che abbiamo messo all’ingresso.

Vorremmo restare di più, ma ci sono altre famiglie che ci aspettano.

“Salaam-Alaikum”

“Alaikum-Salaam”

“Shukran” (grazie) Ci dice il padre con un filo di voce, ma con gli occhi che fanno che fi vanno intendere il profondo senso di gratitudine e di dignità che ha questo uomo.

Mentre mi avvicino macchina mi ricordo che due anni fa, prima della pandemia lui era alla finestra a salutarci, mi giro, è lì che ci guarda e sorride e questa volta c’è anche il padre alla porta.

Nel corso degli ho imparato che le persone possono dimenticare ciò che hai detto, quanti kg di mele hai portato loro o di che colore era la sciarpa che hai messo loro al collo, se i sacchi di carbone erano 5 o 6, le persone possono dimenticare ciò che hai fatto, mai le persone dimenticheranno come le hai fatte sentire.

Ne io come oggi loro hanno fatto sentire noi.

Umani.

 

 

Famiglia dopo famiglia, aiuto dopo aiuto i nostri bagagli pian piano si svuotano, ma non le nostre coscienze.

Si certo a ogni cappellino goffamente infilato e a ogni sorriso guadagnato un po’ i nostri animi si sollevano.

Ma il pensiero costante in questi giorni è sempre: “È ancora troppo poco. Stiamo facendo troppo poco per questi bambini, per queste mamme, per questi padri, per questi esseri umani segnati dalla guerra e ora anche dagli effetti devastanti della pandemia da Coronavirus.”

Questo pensiero non ci fa dormire la notte da giorni.

Ma oggi c’è stato un momento, una casa, in cui stringendo tra le mani una manciata di piccoli peluche e qualche cappellino fatto a mano da Teresina che ho alzato le sguardo e ho visto uno sciame di farfalle incollate al muro.

Meraviglia.

Ho pensato quanta bellezza ci fosse in quelle farfalle che volavano libere in mezzo al lerciume di quella stanza.

Ho capito quanto sia bello e importante ogni singolo gesto d’amore che siamo riuscite a portare fino a qui.

Qui dove volano le farfalle.

 

 

Quando abbiamo chiesto per la prima volta a una mamma siriana che cosa sia il Coronavirus mi sembrava quasi di vivere un Dejavù. Le domande erano le stesse: la “Quando hai saputo che esisteva il Coronavirus?” ; “Che cos’è il Coronavirus?”; “Come si diffonde?”; “Quali sono i sintomi?” e via di seguito.

 

Domande che pochi mesi prima avevo posto ad altre persone, in un contesto molto diverso, persone con alle spalle vite molto diverse e con di fronte, per quanto faticosa, una prospettiva di vita diversa. Sono le storie che queste persone ci hanno raccontato a rendere ogni parola ascoltata molto diversa. Alla prima domanda “Raccontami qualcosa di te: come ti chiami, dove abiti, che lavoro fai?” Che immediatamente riappaiono gli spettri della guerra, e sono quelle parole a noi così drammaticamente familiari che ci riportano immediatamente qui. Qui a Kilis, ultima città turca prima del confine con la Siria. Qui dove il caffè sapora di piombo e fango.

 

Qui dove, se sia possibile e soprattutto accettabile, migliaia di esseri umani vivono in condizioni ancora più precarie di come li abbiamo lasciati due anni fa.

 

Qui dove le domande sono state più o meno le stesse fatte qualche mese prima, ma le risposte hanno assunto un sapore molto diverso.

 

Ad ogni domanda che Ayman poneva a queste mamme, nonne o a questi padri la risposta era sempre più o meno la stessa: “Qui abbiamo problemi molto più grandi del Coronavirus.”

 

Le conseguenze più drammatiche della pandemia da Coronavirus sono state per queste famiglie l’impossibilità di muoversi e quindi di poter trovare un lavoro, anche solo giornaliero, che potesse sostenere le loro famiglie.

 

Molti bambini oggi sono corretti a raccogliere il najlon per strada per poi rivenderlo e così contribuire alla sopravvivenza della famiglia.

 

Oggi nel 2022.

 

La maggior parte delle famiglie che sosteniamo al confine turco – siriano sono nuclei familiari composti da donne e bambini. Molti padri sono assenti perché portati via dalla guerra o distrutti fisicamente e mentalmente da essa. Proprio per questo motivo, e per la presenza di persone fragili, queste famiglie sono ancora più intrappolate in questo non luogo vivendo in garage o in negozi sfitti al limite estremo della decenza della condizione umana.

 

La cosa più difficile da accettare è trovare alcuni dei bambini che sosteniamo da anni in condizioni ancora più precarie di salute e soprattutto di solitudine.

 

Bambini disabili non ricevono da mesi le cure necessarie e di cui hanno diritto.

 

Alla domanda sul vaccino tutti gli intervistati hanno risposto di essere stati vaccinati con entrambe le dosi, hanno raccontato come chiunque possa andare all’ospedale di Kilis per ricevere il vaccino.

 

Ma come ad ogni viaggio, ad ogni missione e ad ogni incontro anche in questo, se pur sentendo il dovere e in un certo senso il grande peso di dover riportare la realtà oltre i sorrisi, sono proprio questi sorrisi che ci fanno scoprire ogni fatica e ogni, insignificante in realtà, sacrificio compiuto per arrivare fino a qui.

 

E se sono sempre più convinta che non conta poi così tanto cosa riesci a dare, ma essenziale è come lo fai, oggi ho capito anche quanto importante sia come lo ricevi.

 

Ancora una volta questi esseri umani mi hanno insegnato la dignità, la riconoscenza e mi spronano a continuare a guardare oltre.

 

Oltre l’indifferenza, l’egoismo e l’ignoranza.

 

Oltre il nostro “piccolo” mondo.

 

Non lasciamoli soli.

 

Condividi i nostri Sorrisi sui social