Quando chiudo gli occhi e nella mia testa ripercorro il viaggio in Turchia, ricordo l’arrivo in aeroporto all’una di notte, il controllo dei bagagli, il viaggio in auto a Kilis e il materasso sul quale ho dormito la prima notte.
Il giorno successivo l’amico Yussef è venuto a prendermi e abbiamo cominiciato a visitare le famiglie e sentire i loro racconti.Storie di famiglie distrutte, madri che hanno perso la casa, i figli e troppo spesso il marito e sono dovute scappare dalla loro terra per ritrovarsi lì, in un paese straniero dove nessuno parla la loro lingua.
Il problema della lingua è un ostacolo enorme per chi deve trovare un lavoro e con quello pagare un affitto. Ho pensato a quello che potrebbe succedere a noi, se scoppiasse la guerra e per qualche secondo mi sono messo nei loro panni.
Tra le tante famiglie incontrate con l’amico Yussef e le soglie di casa varcate, lasciando le scarpe sull’uscio, nei primi due giorni le immagini scattate per documentare la missione scorrono come un film muto.La mattina nelle case incontravamo solo i bambini più piccoli, i più grandi erano a scuola.
All’ora di pranzo io e Yussef mangiavamo qualcosa spostandoci da un quartiere all’altro e lui mi raccontava della sua casa, mi faceva vedere le foto dei suoi figli, della casa, del giardino, del soggiorno e del divano che gli piaceva tanto.
Un giorno siamo andati sull’altura sulla quale c’è la grande moschea. Da lì sopra si gode tutto il panorama e verso sud si vede il confine con la Siria “Shuria”, come la chiamava Yussef. Mentre guardava in quella direzione gli occhi gli si sono riempiti di lacrime.Dopo qualche secondo gli ho detto “Andiamo, è tardi! Abbiamo altre quattro famiglie da visitare questo pomeriggio.”
La prima visita del pomeriggio è stata alla casa di Hassan, in un quartiere fuori mano, una piccola stanza all’interno della quale vivono in sei.La sua famiglia è arrivata da Aleppo nel 2013 dopo che il padre è morto in guerra.
Hassan ha quattro fratelli più grandi, lui ha due anni e mezzo ed è affetto da sindrome di Down.Una storia come tante altre testimoniate in quei giorni, famiglie per le quali possiamo solo allungare la mano per dar loro il nostro aiuto.
Quel pomeriggio ho scattato delle foto sciocche per far ridere Hassan e anche ora, a distanza di mesi, sono quelle immagini che continuano a darmi la forza di continuare quello che stiamo facendo per questi bambini.

