Lontani ma mai così Vicini
Come si può spiegare a parole?
Come si spiegare?
Non si può.
Ma devo provarci.
Le mie mani non sono veloci come il mio cuore, quello che leggerete e quello che sono riuscito a catturare.
Ho passato gli ultimi 10 anni della mia vita a fare spettacolo in giro per il mondo con un unico scopo, entrare in contatto con chi avevo davanti, non fare un giochino di magia o solo far sorridere, ma entrare in contatto, non importavano cose futili come lingua, la religione, la provenienza o la cultura.
Per me fare spettacolo è sempre voluto dire una cosa e una cosa soltanto: partecipanti, non spettatori.
Andare più lontano.
Sempre più difficile.
Sempre più leggero.
Portare sempre meno oggetti con me. Se non entra nella mia valigia di cartone non mi serve. Se dovessi scappare e questo mi rallenta, non mi serve. Se l’ho portato e non l’ho usato, non lo riporterò. Se non me ne posso separare, non mi serve. Se penso che senza quella particolare cosa non posso fare spettacolo, non lo porto.
È per questo che sono nato, ringrazio la vita per averlo capito presto. Andare in giro con la mia valigia di cartone e trasformare un campo profughi, una piazza, una tenda, una camera d’ospedale, o qualsiasi posto dove sia finito, in un luogo magico dove non esiste l’orrore della guerra, della malattia, della povertà, della tristezza. Dove per un attimo tutto il resto del mondo sparisce e ci siamo solo noi.
Quando sono partito per tornare in Bielorussia, la terra che più di tutte ha cambiato la mi vita sapevo che avrei dovuto cambiare il mio modo di fare. Sapevo che avrei dovuto cambiare il mio modo di interagire, di far sorridere. Sapevo che avrei imparato tutto da capo. Sapevo che dovevo uscire dalla mia comfort-zone
scomfort-zone.
In passato mi è capitato di fare spettacolo attraverso diversi titoli di barriere, il filo spinato, il vetro di un reparto di oncologia e la più pericolosa di tutte: la mente delle persone.
Sapevo che questa volta sarebbe stato diverso, più difficile.
Sapevo che qui i miei punti di forza sarebbero stati anche la mia più grande debolezza.
Sapevo che avrei dovuto mettere 1,5 metri tra me e ogni singolo bambino.
Sapevo che non avrei potuto fare niente di quello che faccio di solito per interagire con i bambini, il mio bagaglio frutto di decine e decine di missioni, migliaia di spettacoli era assolutamente inutizzabile in questa circostanza.
Sapevo, purtroppo, sarebbero arrivati messaggi di insulti dall’Italia “aiuta gli italiani, aiuta la tua terra!”
Sapevo che stavo aiutando la mia terra, perché molte parti del mio cuore (ormai più di quante riesca a contare ) sono in questa terra.
Sapevo che ci sarebbe stata una barriera invisibile, sempre. Una barriera che non si può toccare o vedere: e quando non vedi una cosa e facile dimenticarti che esiste.
Sapevo che sarebbe stato compito mio rispettare e far rispettare quella barriera.
Quello che non sapevo e che stavo per fare la cosa più difficile della mia vita.
Quello che non sapevo è che dalle situazioni più difficili nascono le migliori idee, da questi sentimenti allo sbando escono fuori le più toccanti forme d’arte capaci di toccare i cuori a distanza.
Quello che non sapevo era che stavo per imbarcarmi nell’avventura più profonda e importante della mia vita.
Quello che non sapevo e che una parte di me sarebbe morta ogni volta che un bambino si avvicinava a me.
Quello che non sapevo era che sarei rinato ogni volta che trovano un modo per interagire con lui, per mantenere la distanza senza far pesare la distanza.
Quello che non sapevo è che ho avrei condiviso quest’avventura con le persone più coraggiose che abbia mai visto.
Abbiamo creato uno spettacolo capace di andare oltre questa barriera, capace di restare a distanza senza che la distanza fosse percepita. Persone con una sensibilità e un’energia che mai ho visto prima, persone capaci di gestire gli imprevisti che solo i bambini ( e gli ubriachi) possono creare.
Ringrazio qualsiasi Dio, destino o barista georgiano per averli messi sul mio cammino.
Senza di loro tutti niente di questo sarebbe stato possibile.
Una volta tornato in Italia mi aspetterà una quarantena forzata di 14 giorni.
Per quello che abbiamo vissuto ne vale la pena, per ogni sorriso, ogni assordante risata, ogni km, ballo, zuppa di pesce, abbraccio, bicchiere di vodka, Draniki, strada sterrata, ma sopratutto per le perone che hanno versato sudore e lacrime insieme a me.

