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La testimonianza di Francesca dal Kenya

Da quando sono tornata non faccio altro che pensare alla terra rossa d’Africa, ai villaggi, con i bananeti e palmeti, alla luna piena che illumina i pescatori sul mare e il cielo pieno di stelle. Alla meraviglia delle zone rurali del Kenya, dove ho passato la mia prima settimana, imparando dalle donne di Garashi l’arte della terra, coltivazione, semina e raccolto. Dove ho imparato a costruire i mattoni in terra cruda e dove ho respirato l’aria pura e incontaminata, giocando con i bambini sotto immensi alberi di moringa, mangiando mango e avocado.

 

Sembra incredibile pensarlo, ma pur quanto a me sembri che la natura possa offrire grandi risorse, non tutti le sanno cogliere o sfruttare, e dopo troppi anni di fatiche, di schiena spezzata nei campi sotto il sole, di chilometri a piedi per prendere l’acqua al pozzo, credono che non ci sia futuro in quei villaggi, e li abbandonando alla ricerca di un luogo migliore e migliori opportunità: la città.

 

Molti si mettono in viaggio verso Nairobi immaginando la grande metropoli come una fonte inesauribile di lavoro e benessere. Ma lì, ovviamente, la realtà è ben diversa e ci si deve ammassare in qualche baracca a Kibera, Matare o Korogocho. Quest’ultima è la più grande e più popolata baraccopoli di tutto il paese. Lì è dove si intrappolano e si infrangono i sogni di chi arriva dalle zone rurali.

Le successive tre settimane che ho passato a Korogocho, con chi ci è arrivato e con chi ci è nato, mi hanno insegnato tanto. Molti bambini della Smiling School sono nati lì, e alcuni non sanno che fuori esistono altri luoghi, non hanno mai giocato nella rossa terra del rural, tra i bananeti e i baobab. Sono nati nel più grigio posto del mondo, fatto di lamiere e fumi neri della discarica. Ma nei loro piccoli occhi hanno la luce di chi ha grandi sogni.

 

Dai bambini di Korogocho ho imparato quanto è buono il riso con i fagioli se è l’unico pasto che fai in quel giorno. Ho imparato quanto è bello e importante andare a scuola se quella è l’unica speranza per il futuro che hai. Ho imparato quanto poco conta il dolore per un’otite se sei abituato a lottare con l’Aids. Ho imparato quanto è bello il suono di una chitarra se è la prima volta nella tua vita che lo senti, e quanto può rendere felice un bambino una canzone cantata tutti insieme a squarciagola, una maglietta nuova, un pennarello rosa per colorare un fenicottero.

Ho imparato l’umiltà, l’accoglienza, la perseveranza, il coraggio.

 

Il coraggio delle donne, delle madri, delle loro braccia forti, che lavorano, lavano, cuociono, e sorreggono il peso di un figlio disabile. Le donne di Korogocho mi hanno insegnato a trovare sempre la dignità anche nel lavoro più disumano nella discarica. Mi hanno insegnato cosa significa non mollare mai, riuscire a sorridere sempre, perché nonostante tutto, la vita è bella.

 

Ed infine, ho imparato tanto da chi ha vissuto al mio fianco per questo mese: i miei compagni di missione. Da loro ho imparato l’importanza del lavoro di squadra, del mettere grinta ed entusiasmo in tutto ciò che si fa. E soprattutto da Paola, che mi ha insegnato quanto è fondamentale lavorare per prevenire. Prevenire che le persone lascino i loro villaggi, prevenire che si ammassino in quelle baraccopoli, prevenire la disperazione. E che l’unico modo per farlo è andare nei loro villaggi e aiutarli a costruire pozzi, impianti solari, biogas, irrigare i campi con nuove tecniche, sviluppare progetti di apicoltura, credere nelle piccole comunità e lavorare con loro e non per loro.

L’unico modo per poter tornare un giorno, e trovare l’Africa riappropriata di se stessa.

 

Kwaheri Kenya, tutaonana!

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