Facebook
Instagram
Twitter
 

Paola Viola e il coraggio dell’Amore

Spesso l’attenzione si concentra sui progetti di una missione umanitaria, su quel che il volontariato fa. Ma cosa – o meglio chi – c’è dietro il volontariato? Cosa spinge una persona a dedicare il suo tempo, la sua vita, agli altri? Uno dei più importanti giornali femminili nazionali l’ha annoverata tra le 100 donne italiane più brillanti nell’anno 2021. Conosciamo Paola Viola, docente e volontaria trevigiana.

Paola, sei l’anima di una ODV che, in dodici anni, ha macinato chilometri e realizzato progetti concreti, dando dignità e possibilità all’infanzia del mondo: Una mano per un Sorriso – For Children, insieme a scarpe, cibo e libri, regala sorrisi, quindi un po’ di leggerezza, a bambini che vivono in condizione di povertà estrema e violenza inimmaginabile. Se ti chiedessi di ripensare alla tua di infanzia, che bambina era Paola?

Ripensare a me oggi come una bambina è molto complesso: un processo introspettivo che a volte mi mette profondamente in crisi, ma sfocia sempre nella riscoperta del fuoco che ogni giorno mi spinge a combattere. Cerco di farti capire meglio. La mia non è stata un’infanzia semplice, agiata e spensierata. A pochi mesi di vita mi sono ritrovata a lottare con la morte per una grave intolleranza al latte che m’impediva di essere nutrita in modo naturale, o meglio, usuale. Stiamo parlando di 47 anni fa. Contemporaneamente ho conosciuto il coraggio dell’Amore, quello che tutto può. Il coraggio di una madre, una donna, che ha rinunciato a una vita agiata, ma evidentemente non reale, per salvare ciò che più amava al mondo: me. In pochi mesi quindi ho vissuto la vita, la morte, il dolore, la malattia, l’Amore, il coraggio e la rinascita. Ogni tanto mi chiedo se io sia stata mai una bambina o se non smetterò mai d’esserlo in realtà perché in fondo ogni processo è iniziato con me e ad ogni parte di esso ripenso ogni giorno del mio cammino. Cammino che affronto ogni giorno con quell’Amore che mi ha generato e protetto e con il coraggio di scegliere sempre da che parte del mondo stare che mi ha salvato. Non c’è giorno che non ringrazi per la mia vita, per ogni errore e fatica che mi ha portato a raggiungere grandi obiettivi personali e non solo. Ogni volta che guardo negli occhi un bambino, in qualsiasi condizione di vita si trovi, ripenso a me bambina. Ripenso a quella bimba con i codini timida e impacciata che amava passare le domeniche nella casa delle galline dello zio sulle grave del Piave. Ripenso a quella bambina che ha imparato a sognare con i piedi per terra e che “zitta zitta” ha trovato il suo posto nel mondo. Penso che ogni bambino abbia il diritto di trovare il suo posto nel mondo e che la mia fortuna è un grosso debito nei suoi confronti.

Dai banchi di scuola, poi, sei passata in cattedra. Da insegnante, qual è il tuo sguardo sui bambini?

Tra i banchi di scuola sono sempre stata una divergente. Le persone “normali” tendono affrontare le situazioni da un solo punto di vista che, spesso, è il più semplice ed usuale. Le persone divergenti, invece, riescono a descrivere le situazioni da diverse prospettive, anche molto differenti tra loro. Il mio sguardo sui bambini è assolutamente specchio del mio essere. Un bambino non è “solo” un bambino, ma ogni bambino è un mondo infinito e come tale deve essere visto. È da qui che nasce il mio modo d’essere insegnante. Per me essere un insegnante è semplicemente essere uno strumento perché ogni bambino possa diventare la migliore versione di sé stesso che sogna di poter essere.

Cosa ritieni più urgente in ambito educativo oggi?

Penso che l’aspetto più urgente nell’evoluzione che deve affrontare l’educazione formale oggi sia ricollegarsi immediatamente alla realtà e all’umanità. I nostri alunni vivono in un mondo estremamente globalizzato e accessibile in tutte le sue infinite sfaccettature, un mondo che corre veloce che affronta ogni giorno evoluzioni politiche, Climatiche e sociali che la nostra scuola a stento affronta nei programmi istituzionali. Una scuola quindi che oggi non offre agli studenti gli strumenti per affrontare e comprendere l’oggi; una scuola quindi che non sta formando persone con una coscienza critica e proattiva. Su questo l’istruzione deve cambiare il prima possibile.

Cosa ti ha portato alla fondazione della onlus Una mano per un Sorriso – For Children?

Ho maturato questa decisione dopo aver effettuato un percorso di crescita personale sullo sviluppo delle mie abilità che mi ha portato a capire che quello che stavo imparando e che avevo compreso fossero i miei talenti potevano aiutare altre persone a vedere il mondo con altri occhi. Un giorno, e credimi ricordo esattamente giorno e ora in cui è successo, ho capito che ero pronta per dare perché sapevo che avevo qualcosa da poter dare agli altri. E ho immaginato e sperato che quel qualcosa potesse cambiare la vita di qualcun altro oltre che in primis la mia.

Riassumo questo mio pensiero in una citazione di Baden Powell diventato per me un mantra:

“Prova a lasciare questo mondo un po’ meglio di come l’hai trovato e quando arriva il tuo momento per morire, tu puoi morire felice nel sentire che in ogni caso tu non hai perso il tuo tempo ma hai fatto del tuo meglio.”

In una cultura sempre più individualista, che fatica a comprendere la logica della gratuità, spiegaci, cosa significa per te fare volontariato

Non penso in realtà che il volontariato sia gratuità. Nel fare volontariato vi è sempre una sorta di egoismo sano, a quanto sostiene la mia amica e psicologa Daniela. Aiutare gli altri fa stare bene, alleggerisce l’anima e ti avvicina all’umanità e personalmente questo mi rende felice. Quindi fare volontariato mi rende felice, mi arricchisce e mi appaga.

I tuoi viaggi umanitari non si contano: sono tanti, in diverse parti del mondo (Africa, Siria, Turchia, Grecia, Bielorussia, Medio Oriente). Da dove trovi ogni volta l’energia?

Penso che non si tratti di energia, ma di passione. La passione mi muove. La passione per il mondo, per le diverse culture e persone. La passione per le sfide, le idee e la passione per le conquiste. La passione muove il mio mondo e il mondo in cui voglio vivere.

In molti dicono “Perché andare a portare aiuti all’estero quando già noi abbiamo molti problemi da risolvere?”. Cosa rispondi, se vuoi rispondere, a questa provocazione?

Sono certa che se quelle persone un giorno scegliessero non di guardare il mondo, ma di vederlo si renderebbero conto che purtroppo esistono realtà dove i bambini, e le persone in generale, sono costrette a vivere in condizioni ben al di sotto del nostro comune senso di “normalità”. Nel mio piccolo attraverso la fotografia e la testimonianza voglio mostrare il mondo vivendolo: cerco di raccontare la storia da dentro la storia e questo sono certa faccia la differenza.

La pandemia non ti ha fermata: da un viaggio di 30 giorni in Kenya, tra luglio e agosto 2021, sei tornata con 30 interviste di persone che, dall’altra parte del mondo, stavano vivendo la nostra stessa emergenza… Cosa ti han lasciato questi incontri?

Nessuna di quelle parole mi ha ancora lasciata e spero che non lo faccia mai. Ognuna di quelle persone da diverse prospettive mi ha arricchita immensamente. Mi ha arricchita di conoscenza e prospettive.  Senza dubbio il regalo più grande che mi ha fatto questo libro è stato ascoltare la mia storia dal di fuori e rendermi conto come quello che stiamo facendo qui ha cambiato e sta cambiando la vita di moltissime persone.

Due frasi di questo libro rimbalzano nella mia mente ogni giorno e mi aiutano a dare un senso ad ogni nuova sfida.

“Every day is wonderful day” Soleiman

“Ripartire? Paola il segreto è non fermarsi mai.” David

Segnaliamo che le interviste sono raccolte nel libro “Karibu Covid – La Pandemia da Coronavirus in Kenya raccontata da chi la sta vivendo” (Piazza Editore) finalizzato alla raccolta fondi che Una mano per un sorriso – For Children ha attivato per realizzare lo “Smiling Center”, un centro polifunzionale che offrirà ai bambini che vivono nelle baraccopoli di Nairobi la possibilità di sviluppare i loro talenti attraverso corsi di informatica, musica, danza, sport, fotografia e arte.

Paola, alla luce della tua esperienza, credi sia sensato, ma soprattutto possibile, sorridere dentro le difficoltà della vita?

Non è solo possibile, ma è necessario. “Sbattere” in faccia i Sorrisi alla sofferenza e all’ingiustizia è quello che faccio ogni giorno. E’ la sfida che ho scelto e che da un senso alla mia vita. Suppongo che la mia storia e quella di “Una mano per un Sorriso – For Children” abbiano dimostrato che sia possibile.

Come insegna una pagina molto famosa, l’affanno è il nostro peggior nemico: “di una sola cosa c’è bisogno”…  Una cosa – una sola cosa – di cui il mondo, secondo te, ha bisogno oggi, qual è?

Empatia.

La parola “empatia” deriva dal greco antico e significa “sentire dentro”.

L’empatia è un’attitudine naturale con cui tutti noi nasciamo, è la capacità di “mettersi nei panni degli altri”. A causa di una vita frenetica e di una società che spinge le persone a comportamenti individualisti rischiamo di perderla sempre più. La perdita dell’empatia, a mio avviso, è la causa di molti dei malesseri del nostro tempo come la solitudine e l’emarginazione.

 Concludo questa chiacchierata citando l’ultimo intervistato del mio libro: Peter.

“Dobbiamo sempre essere in grado di supportarci gli uni con gli altri e di sostenerci come una cosa sola: impariamo la lezione e cerchiamo di tornare a essere umani!”

 

Condividi i nostri Sorrisi sui social