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REPORT MISSIONE MILESXSMILES MORIA GRECIA

“Aibtisama” in arabo vuol dire “Sorriso” ed è per questo che il 10 Agosto eravamo di nuovo in viaggio.

Una nuova tappa di MilesxSmiles ci aspettava.

Questa volta la destinazione era la Grecia.

Lesbo, l’isola greca che accoglie i profughi proveniente da Siria, Iraq, Afghanistan era la nostra prima fermata. Questa è l’isola dove finisce l’Europa.

Quando questo progetto è nato ci siamo posti una domanda, che poi ha dato il nome al progetto stesso: “Quante miglia sei disposto a fare per un sorriso?”

Noi ancora una volta eravamo pronti a rimetterci in viaggio, ad arrivare dove l’Europa finisce, per i loro Sorrisi.

 

 

C’è un posto nel nord dell’isola di Lesbo in cima a una montagna, un luogo dove sarebbe bellissimo avventurarsi per fare un’escursione, c’è un‘aria magnifica che arriva dal mare fino lassù.

Ne ho visti tanti di cimiteri nella mia vita, pali bianchi in simmetria perfetta, croci azzurre in mezzo a foreste di betulle, fosse con mucchietti di ossa con attaccate ai bordi croci di legno legate con spaghi sfilacciati, capitelli tirati a lucido e illuminati con candele al led, macerie che prima erano case, ma sulla cima di quella montagna ho visto un cimitero che mai avrei immaginato.

L’aria lì è pesante, densa, silenziosa, immobile come se la tristezza stesse facendo gli straordinari.

Una collina di macchie arancioni ingiallite dal sole e dal tempo, Giubbotti di salvataggio, pezzi di gommoni, barche bruciate, vestiti, oggetti personali e praticamente tutto ciò che si può portare quando si scappa per raggiungere un nuovo paese – come una guida di viaggio in Austria – giacciono su enormi cumuli all’aperto.

La gente del posto lo chiama “il cimitero dei giubbotti di salvataggio” ed è un luogo di riposo per cose che sono finite in mare o sono state lasciate indietro dai profughi dopo aver raggiunto le coste di quest’isola della Grecia.

“Se vuoi raccontare una storia devi amare quello che fotografi e non devi avere paura di sporcarti” Mi ha detto una volta la perosna che mi ha insegnato a vedere attraverso una macchina fotografica.

Ingoio l’ultima manciata di saliva che mi è rimasta in gola e mi arrampico sulla catasta di giubutti.

Quando arrivo in cima, vedo che i mucchi di giubbotti di salvataggio sono stati scaricati in una valle, una montagna formata all’interno di un abisso.

Realizzo che sono in cima al simbolo del coraggio, della speranza ma della fragilità umana.

Afferro un giubbotto, uno piccolo, “ una persona: 32 kg” c’è scritto sopra. Potrebbe entrarci dentro uno dei miei nipoti.

Il giubbotto è leggero, come la prima volta che ho tenuto in braccio mio nipote quando è nato.

Come può arrivare una persona ad affidare quello più a lui caro al mondo a una cosa così leggera?

Calpesto quei piccoli giocattoli che fanno sembrare i bambini “Braccio di Ferro” i bicipiti galleggianti. Sono sgonfi da tempo e sbanditi, le decorazioni di pesci sorridenti appena visibili.

Realizzo che ogni giubbotto di salvataggio che vedo è appartenuto a un individuo. Una persona che ha la propria storia, i propri sogni, le proprie paure.

Come me.

Potevo esserci io dentro quel giubotto.

Poteva esserci mio nipote.

Scendo dal cumulo e una parte di me rimane per sempre impigliata nelle fibbie dei giubbotti.

Tra me e me penso “Chissà quanto tempo ci vorrà prima che la terra si mescoli con le giacche, attraverso i temporali, il vento e le colate di fango, finché non saranno polvere, finché i giubbotti di salvataggio non saranno invisibili? Fino a quando non ci sarà differenza tra questa montagna e quella vicina? Quanto tempo passerà prima di dimenticare questo orrore? Io so che non dimenticherò. Non voglio dimenticare questo luogo di riposo inquieto.

Torno lentamente alla macchina per tornare al compo profughi, per tornare da quelli che sono sopravvissuti alla traversata.

Forse in futuro, gli escursionisti saliranno in cima a questa montagna e si chiederanno perché l’aria sia così densa e difficile da respirare.

Siamo qui perché nessuno possa dimenticare.

 

 

“Vorremo avere gli stessi diritti che hanno i cani Europei.”

Così inizia il racconto Mona, una donna scappata dall’orrore della guerra in Siria per “Ritrovarsi in un Inferno”, l’inferno di Moria, il campo profughi simbolo del “fallimento dell’Europa” nel proteggere coloro che chiedono aiuto. Mona ha perso suo marito in guerra, ma questo era solo l’inizio di quello che lei chiama : “Scappare dalla Guerra per ritrovarsi in un Inferno”. Alla frontiera sua figlia Kadigia è stata picchiata a morte e tutt’ora ha problemi al naso dovuti alle violenze subite. Durante la traversata per raggiungere l’isola di Lesbo suo figlio Omar è caduto in mare e se ne sono perse le tracce. Arrivata sull’isola ha ricevuto la notizia di un ragazzino morto in mare. Pensava di aver perso anche l’altro uomo della sua vita. Scoprì pochi giorni dopo, attraverso un video su di un ragazzino salvato in mare, il ragazzino era Omar.

“Ho provato a chiedere supplicando e piangendo, ma non mi hanno ascoltata. Ho chiesto addirittura di rimandarmi in Siria, tutto piuttosto che Moria.”

Siamo venuti fino a qui per raccontarvi queste storie perché preferire la guerra non può essere una soluzione di Speranza. Siamo qui per portare un sorriso a queste famiglie.

 

 

Il campo di Moria è stato costruito su una ex base militare ed è diventato il simbolo più lampante del “fallimento dell’Europa” nel proteggere coloro che chiedono aiuto.

Questo è Moria a Lesbo in Grecia. Un campo profughi che può ospitare 3100 persone circa e ne contiene attualmente 16000. Questo doveva essere un punto di accoglienza e d’identificazione che avrebbe dovuto rappresentare una porta spalancata verso una nuova vita, più sicura, meno dolorosa e che, invece, è solo la prova tangibile del fallimento delle politiche europee che hanno scelto di bloccare la migrazione ad un prezzo morale e umanitario elevatissimo.

Moria è un’emergenza senza precedenti che mette a dura prova fisica e mentale uomini, donne, ma soprattutto bambini che costituiscono un terzo dei migranti presenti. Un inferno che fa pensare ad Alcatraz, con le persone bloccate sull’isola senza via di scampo, o a un manicomio d’altri tempi. Un luogo dove i richiedenti asilo hanno subito forme estreme di violenza e tortura, sia nei paesi di origine che durante la fuga. Persone gravemente traumatizzate fisicamente ma, soprattutto, mentalmente che continuano ad essere vittime di abusi.

Qui i migranti vivono in gruppi di 30 persone, stipati in tende o container che si distano pochi centimetri l’uno dall’altro. La spazzatura, sparsa ovunque, rende l’aria opprimente e quasi irrespirabile.

Approssimativamente qui 84 persone condividono una doccia e 72 persone un bagno.

La vita a Moria viene descritta come una battaglia quotidiana per la sopravvivenza, con alterchi diffusi tra i vari gruppi etnici che degenerano in risse, la maggior parte dei profughi proviene da paesi lacerati dalla guerra come Siria, Iraq e Afghanistan, come poter trovare pace qui?

Sembra impossibile, ma non lo è.

 

 

Il primo spettacolo di MilesxSmiles in Grecia si è svolto dentro il campo in un luogo dove la gente solitamente cammina per mettersi in fila dalle 4 del mattino per (forse) ricevere il cibo. In un posto dove si corre per scappare da un incendio, un pericolo in quel momento ho visto bambini e adulti correre verso di noi sorridendo.

Abbiamo trovato uno spiazzo tra le tende dei rifugiati afgani e l’ombra di un telone per trovare rifugio dal caldo opprimente e li abbiamo iniziato.

Una corda a terra è diventa il palcoscenico per far mantenere la doverosa distanza sociale.

Per 40 minuti abbiamo sognato, applaudito, spalancato la bocca per lo stupore.

Per 40 minuti la distanza che ci separava è stata riempita dai loro sorrisi.

Per 40 minuti le urla della sofferenza e della disperazione sono state sostituite dalle risate.

Ancora una volta il vero spettacolo non sono stati i numeri sui quali abbiamo lavorato per riuscire ad abbattere le barriere della lingua, della cultura, della distanza sociale, ma ancora una volta la vera magia è stata la trasformazione di quel luogo nel più sincero dei teatri: quello che vuole avere la Vita come protagonista assoluta.

In quei 40 minuti siamo riusciti ad andare in un posto lontano, che si può raggiungere senza attraversare il mare su una nave improvvisata.

In quei 40 minuti, il loro sogno l’abbiamo stretto insieme.

Nei giorni seguenti molti altri spettacoli hanno riempito le vie del campo di Moria.

Questa è l’Umanita che volevamo portare fino a qui.

Questo è il motivo per cui siamo venuti fio a qui.

 

 

Pensiamo spesso che aiutare significhi compiere grandi gesti e invece sono i più piccoli a fare la differenza. Incontrare qui queste famiglie ha significato aver compreso i reali bisogni di chi vive in una condizione di vita a noi totalmente estranea.

Seduti in cerchio a condividere un tè non si ascoltano solo storie, ci si guarda negli occhi le persone, e quegli occhi sono tanti, uomini, donne e bambini, età diverse ma con la stessa necessità di sopravvivere a bisogni primari.

Ed è così, ascoltando le loro storie e incrociando i loro occhi, che abbiamo deciso di attivare un progetto per sostenerle. Così nasce l’iniziativa “Smiling Family Moria”, progetto che mira a raggiungere più famiglie possibili con piccoli, ma concreti aiuti per rispondere così alle loro esigenze primarie.

In questi giorni abbiamo fatto la spesa per decine di famiglie. Eppure, cos’è una spesa per noi? Un impegno settimanale a cui riserviamo importanza e tempo limitati.

Qui, a Moria, è diverso.

Avere di che vivere, anche solo per una settimana, significa non dover spendere ore sotto al sole cocente in fila nella speranza di riuscire a ricevere del cibo. Significa tempo regalato ai bambini per giocare, tempo regalato agli adulti per riprendere le forze, tempo regalato alle famiglie per condividere un momento che allevia le sofferenze quotidiane.

Un gesto così piccolo, un regalo così grande.

Una parola così piccola, un regalo così grande per tutti noi.

Grazie

 

 

Le strade di Moria ci hanno regalato emozioni infinite e ci hanno mostrato una parte di umanità incredibilmente vera.

Tra tutte le storie che abbiamo ascoltato tra una tazza di tè e un mozzicone di pane due hanno incantato i nostri occhi e rapito i nostri cuori.

A Mòria è Jude il volto della Speranza

 

Mòria attraverso lo sguardo di Yousif

 

Torneremo presto perchè non importa quanta strada ci separi da questi occhi, l’unica strada è quella che possiamo continuare a percorrere assieme.

 

 

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