C’è un posto nel nord dell’isola di Lesbo in cima a una montagna, un luogo dove sarebbe bellissimo avventurarsi per fare un’escursione, c’è un‘aria magnifica che arriva dal mare fino lassù.
Ne ho visti tanti di cimiteri nella mia vita, pali bianchi in simmetria perfetta, croci azzurre in mezzo a foreste di betulle, fosse con mucchietti di ossa con attaccate ai bordi croci di legno legate con spaghi sfilacciati, capitelli tirati a lucido e illuminati con candele al led, macerie che prima erano case, ma sulla cima di quella montagna ho visto un cimitero che mai avrei immaginato.
L’aria lì è pesante, densa, silenziosa, immobile come se la tristezza stesse facendo gli straordinari.
Una collina di macchie arancioni ingiallite dal sole e dal tempo, Giubbotti di salvataggio, pezzi di gommoni, barche bruciate, vestiti, oggetti personali e praticamente tutto ciò che si può portare quando si scappa per raggiungere un nuovo paese – come una guida di viaggio in Austria – giacciono su enormi cumuli all’aperto.
La gente del posto lo chiama “il cimitero dei giubbotti di salvataggio” ed è un luogo di riposo per cose che sono finite in mare o sono state lasciate indietro dai profughi dopo aver raggiunto le coste di quest’isola della Grecia.
“Se vuoi raccontare una storia devi amare quello che fotografi e non devi avere paura di sporcarti” Mi ha detto una volta la perosna che mi ha insegnato a vedere attraverso una macchina fotografica.
Ingoio l’ultima manciata di saliva che mi è rimasta in gola e mi arrampico sulla catasta di giubutti.
Quando arrivo in cima, vedo che i mucchi di giubbotti di salvataggio sono stati scaricati in una valle, una montagna formata all’interno di un abisso.
Realizzo che sono in cima al simbolo del coraggio, della speranza ma della fragilità umana.
Afferro un giubbotto, uno piccolo, “ una persona: 32 kg” c’è scritto sopra. Potrebbe entrarci dentro uno dei miei nipoti.
Il giubbotto è leggero, come la prima volta che ho tenuto in braccio mio nipote quando è nato.
Come può arrivare una persona ad affidare quello più a lui caro al mondo a una cosa così leggera?
Calpesto quei piccoli giocattoli che fanno sembrare i bambini “Braccio di Ferro” i bicipiti galleggianti. Sono sgonfi da tempo e sbanditi, le decorazioni di pesci sorridenti appena visibili.
Realizzo che ogni giubbotto di salvataggio che vedo è appartenuto a un individuo. Una persona che ha la propria storia, i propri sogni, le proprie paure.
Come me.
Potevo esserci io dentro quel giubotto.
Poteva esserci mio nipote.
Scendo dal cumulo e una parte di me rimane per sempre impigliata nelle fibbie dei giubbotti.
Tra me e me penso “Chissà quanto tempo ci vorrà prima che la terra si mescoli con le giacche, attraverso i temporali, il vento e le colate di fango, finché non saranno polvere, finché i giubbotti di salvataggio non saranno invisibili? Fino a quando non ci sarà differenza tra questa montagna e quella vicina? Quanto tempo passerà prima di dimenticare questo orrore? Io so che non dimenticherò. Non voglio dimenticare questo luogo di riposo inquieto.
Torno lentamente alla macchina per tornare al compo profughi, per tornare da quelli che sono sopravvissuti alla traversata.
Forse in futuro, gli escursionisti saliranno in cima a questa montagna e si chiederanno perché l’aria sia così densa e difficile da respirare.
Siamo qui perché nessuno possa dimenticare.