Il 24 dicembre, arrivarono a Kilis anche Paola Viola e Mattia Bidoli. Alloggiavamo nello stesso resede ma ci occupavamo di cose diverse. Paola, come presidente dell’associazione stava lavorando da mesi per riuscire ad entrare in Siria e portare qualche aiuto. Un duro lavoro, sempre tra telefono e pc in attesa di una risposta per passare il confine. Dopo tre giorni di chiamate, colloqui, informazioni non chiare e accordi saltati riuscirono ad ottenere una risposta: non potevano superare il confine, ma grazie ad un fixer avevano la possibilità di visitare un campo “informale”, ovvero non ufficiale. I campi “informali” spesso si trovano nelle vicinanze di quelli gestiti dal governo o da UNHCR, ma la loro esistenza non è ufficiale. Proprio in uno di questi campi, il 28 dicembre, giunsero Paola e Mattia dopo quasi 8 ore di viaggio! Lo scopo era fare arrivare qualche aiuto, ma anche un po’ di magia con il progetto “MilesXSmiles”. Entrarono nel campo alle 9.00 di mattina e noi da Kilis guardavamo la diretta trasmessa da Paola, fu una vera emozione. Regalarono qualche ora spensierata ai bambini, tra tutto quel fango c’era ancora qualcosa per cui valesse la pena sperare, i loro sorrisi e la loro voglia di farcela.
A kilis invece il campo profughi non esiste più; solo qualche mese fa potevo scorgerlo dalla collina.
La situazione è al collasso: nei territori di confine si scontrano flussi migratori importanti. Durante i giorni della nostra permanenza arrivavano notizie sulla nuova offensiva di Assad nella provincia nord occidentale di Idlib, ultima zona appartenente ancora ai ribelli dell’esercito libero siriano ma in parte, anche in mano ai jihadisti.
Spesso Erdogan ha sollecitato un aiuto della NATO per il “cessate il fuoco”, minacciando anche l’UE di riaprire le frontiere per il passaggio dei nuovi profughi siriani verso la Grecia. Si conterebbero infatti circa 2 milioni e mezzo di civili in fuga dalla provincia di Idlib dall’inizio degli scontri di dicembre 2019.
In quei giorni, a pochi chilometri da noi stava cominciando una delle offensive più atroci dal 2011, dove le forze in gioco erano abbastanza evidenti e schierate: la Russia alleata con il regime di Assad e fornitrice di innumerevoli dispositivi bellici e La Turchia unita con le forze ribelli.
La vicinanza fisica a quegli eventi mi pose di fronte ad una realtà sconvolgente, ovvero il disinteresse mondiale verso queste vicende e l’impossibilità di organi internazionali di agire a causa della forte influenza su campo di potenze come la Russia. Non possiamo però restare immobili, dobbiamo innanzitutto informarci, questi avvenimenti spesso sono omessi dai telegiornali, che in questo caso diventano uno strumento di disinformazione e oscurando la verità si mettono dalla parte degli stati che commettono crimini. Il web ci fornisce la possibilità di leggere innumerevoli articoli, confrontarli e avere notizie abbastanza attendibili per quelle zone del mondo così dimenticate. Naturalmente l’interesse nei confronti di quello che succede nel mondo e la sensibilità verso argomenti non convenzionali non sono sentimenti scontati per la maggioranza della popolazione istruita. Credo però nelle scintille ovvero in quelle donne e uomini che innescano la curiosità per la conoscenza e credo soprattutto nelle persone che fanno appassionare perché con tenacia e coraggio coltivano la speranza e continuando ad operare in zone difficili ci raccontano storie troppo spesso trascurate.
Una divulgazione consapevole delle notizie sulle nostre bacheche social, una maggiore attenzione nelle scuole per lo sviluppo di un senso comune di appartenenza al genere umano, un attaccamento più forte ai diritti umani farebbe di noi esseri liberi e scevri di superficialità. Questa terra è anche la nostra terra, il benessere di una comunità influenza il benessere di un’altra.
Cooperare e creare relazioni di scambio, aiutarsi come individui appartenenti ad una società, una, sola ed unica.
La macchina era carica di giochi, indumenti invernali, coperte e carbone.
Il giro cominciava la mattina, entravamo nelle loro “case” e lasciavamo fuori le nostre scarpe. Eravamo lì con un compito preciso: ascoltare, sostenere, distrarre e dare un piccolo conforto, perché abbiamo capito quanto è importante non farli sentire soli.